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Maria Federica Palestino, Ilaria Vitellio: Dimensione culturale e innovazione all'incrocio fra teorie e pratiche della rigenerazione urbana. Note sul caso napoletano

Da circa un ventennio la rigenerazione, intesa come insieme di discorsi, strategie, politiche e pratiche tese a dare respiro ad aree caratterizzate da declino economico, degrado urbano e disagio sociale, ha cominciato ad indirizzare le politiche urbane nelle città europee. E lo ha fatto collegandosi in maniera sempre più fitta e articolata non soltanto con le dimensioni tradizionalmente consolidate del progetto urbano e dell’analisi territoriale, ma anche con quelle più immateriali del planning culturale e del welfare, in un intreccio mirato ad aprire alternativi orizzonti di sviluppo economico per la città contemporanea, scommettendo sulla possibilità di offrire nuove prospettive di lavoro, di vivibilità ai suoi abitanti/utenti e nuove poste su cui puntare alle èlite imprenditoriali.

Il concetto, man mano che sperimentazioni hanno dato frutti, è andato articolandosi e complicandosi grazie alla dimensione integrata assunta dai processi di trasformazione urbana. Ciò consente, oggi, di guardare a questi processi liberandosi dall’ottica spiccatamente liberista o marxista con cui tali processi sono stati sin qui riguardati, smontati, valutati nel conteggio dei costi e dei benefici. Infatti, considerando la complessità delle pratiche attuali, si può affermare l’esistenza di casi entro i quali non ha più molto senso guardare alla rigenerazione assumendo un orizzonte di senso dicotomico. Questo vale soprattutto quando nel processo di rigenerazione urbana è in gioco una consistente dimensione di politica culturale. E’ proprio la declinazione virtuosa della dimensione culturale, infatti, che permette alla tradizionale formula della rigenerazione di acquisire un più elevato grado di sofisticazione.

Ci sono almeno due condizioni urbane-tipo nelle quali non ha più senso, a nostro modo di vedere, generalizzare gli effetti delle politiche di rigenerazione guardando ad esse come la ricetta che accentua l’esclusione sociale, polarizza la povertà e la ricchezza nelle mani di pochi gruppi, ottimizza le logiche del mercato urbano e così via: a) quando si è in presenza di particolari pratiche entro le quali è rilevante la capacità della dimensione culturale di agganciare e connettere altre dimensioni di vivibilità urbana integrandole; b) quando la pianificazione culturale diventa un costrutto strategico per trattare, via politica simbolica, aree di ingovernabilità urbana.

Per entrambe queste situazioni-tipo esiste una casistica di pratiche che mostra come la dimensione culturale della rigenerazione, integrandosi con misure di riqualificazione fisica e/o sociale di lotta all’esclusione, facendo leva su pratiche di educazione ed empowerment, e dialogando con orizzonti di economia della cultura appositamente messi in tensione con le dimensioni precedenti possa divenire motore e catena di trasmissione di processi di rigenerazione estesa, materiale e immateriale, delle città. A partire dal caso napoletano, e facendo riferimento alle posizioni più interessanti rintracciabili in letteratura, si proverà ad esplicitare questa tesi.

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