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Antonella Bruzzese: Comunicazione e urbanistica. Quali strumenti per attivare il dialogo?

Entro uno scenario urbano sempre più complesso e conflittuale, la dimensione della condivisione delle scelte, dell’interazione tra differenti attori e, più in generale, della partecipazione è diventata un leitmotive: alimentata da legittime necessità di radicare in contesti locali scelte, strategie e orientamenti, voluta da amministrazioni pubbliche e attori privati in cerca di consenso, caldeggiata dalle argomentazioni e retoriche intorno alla governance, resa obbligatoria dalle leggi urbanistiche. Praticare tale dimensione – di interazione, condivisione, partecipazione –  se da una parte appare un modo per trattare l’efficacia delle scelte urbanistiche, dall’altra rimarca la necessità di una riflessione sugli strumenti e modalità operative necessari a metterla in atto. Da questa prospettiva la comunicazione assume oggi una nuova centralità nei processi di produzione di politiche, piani e progetti. Comunicazione intesa non solo come elemento connotante l’attività di planning, orientata allo scambio e capace di favorire il dialogo, ma soprattutto come insieme di pratiche, azioni e prodotti che hanno bisogno di un progetto specifico e di nuove competenze da mettere al lavoro.

 

Se da un lato, la centralità della dimensione comunicativa del progetto è un dato acquisito da larga parte della cultura urbanistica che la considera strumento utile non solo a informare ma anche a trattare situazioni di conflitto, di empasse o di incomprensione tra codici differenti, dall’altro, non appare altrettanto allargata e acquisita la riflessione sui modi della comunicazione, sulle sue finalità, sulla sua adeguatezza in riferimento agli obiettivi che si pone. Per quanto la letteratura sulla comunicazione istituzionale o sulle esperienze degli urban center sia vasta, una pluralità di esperienze italiane recenti di pianificazione e di progettazione urbana, pur rivolte a “sollecitare partecipazione”, consente di evidenziare diversi limiti ricorrenti della comunicazione. Essa è spesso gergale, autoreferenziale difficilmente comprensibile a non-esperti; oppure, pur ponendosi obiettivi di comprensibilità, appare debitrice di logiche pubblicitarie e modelli desunti dal marketing, o, altrettanto spesso, soggetta a derive banalizzanti e naif.

 

In che modo, dunque, la pratica urbanistica può raccogliere le sfide della complessità trovando linguaggi, modalità e strumenti per costruire il dialogo? Di quali competenze devono dotarsi urbanisti e planners per rispondere adeguatamente alla necessità di comunicare, rifuggendo una tradizionale (e spesso inefficace) disgiunzione di competenze tra chi si occupa del cosa comunicare e chi del come? Il paper, attraverso la rilettura di un repertorio di casi, intende argomentare alcuni nodi critici per delineare possibili traiettorie di lavoro.

 

Antonella Bruzzese, Dipartimento di Architettura e Pianificazione, Politecnico di Milano, antonella.bruzzese@polimi.it

 

 

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