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Alberto Budoni: Pianificare il paesaggio: problematiche di integrazione tra tradizione estetica, approccio ecologico, innovazione percettiva.

L’integrazione all’interno dei processi di pianificazione delle diverse modalità disciplinari di interpretare e progettare il paesaggio costituisce un fattore fondamentale di innovazione delle pratiche urbanistiche. Si tratta di una necessità più che di un’opportunità a fronte delle trasformazioni indotte dalla globalizzazione nelle relazioni sociali e nel territorio in cui sempre più impropria appare la compartimentazione tra città e non città, ovvero tra ciò che tradizionalmente ha segnato la differenziazione tra urbanistica e pianificazione del territorio.

Le dinamiche della crisi economica che sta interessando con una velocità e una profondità senza precedenti tutti i mercati; le questioni ecologiche riguardanti gli equilibri ambientali estese ormai a scala planetaria; i fenomeni di frammentazione sociale che rendono sempre più difficile il rapporto tra cittadini e istituzioni, discusse nella loro finalità e nella loro organizzazione con riflessi profondi sui loro confini operativi e amministrativi; sono tutti aspetti che influiscono in modo determinante sulle politiche pubbliche di qualsiasi entità statale ed in particolare nella governance multilivello necessariamente adottata dall’Unione Europea. La transcalarità dei principali fenomeni di trasformazione territoriale è l’espressione di quella più stretta interazione tra locale e globale che rende labili i confini e nello stesso tempo pone al centro dell’attenzione il concetto di paesaggio con le sue molteplici dimensioni disciplinari. La tradizionale concezione estetico-culturale di tutela,  l’approccio dell’ecologia del paesaggio, la nuova dimensione percettiva della Convenzione Europea, sono modalità di interpretazione-intervento attive nelle pratiche di pianificazione che danno spessore al concetto pur seguendo percorsi e impostazioni non necessariamente convergenti. Fare in modo che ci sia un’interazione virtuosa tra queste diverse modalità è un compito del planner di cui occorre però ripensare ruolo e collocazione. Non si tratta di pensare ad un nuovo paradigma pan-urbanista o pan-territorialista e nemmeno ad un nuovo specialista. Appare invece necessario strutturare nel metodo e negli strumenti l’approccio «dare to inquire» considerando come specifico problema la presenza nei processi di pianificazione di tecnici demiurghi o comunque depositari di presunte verità scientifiche.

Una riflessione che metta in luce i punti critici delle principali modalità di approccio al paesaggio appare utile soprattutto per individuare i margini sfumati di sovrapposizione su cui è possibile trovare dei terreni di dialogo. In particolare, tre temi emergono su cui impostare altrettante linee di lavoro: l’analisi critica dei fondamenti dell’estetica crociana che tanta influenza ha avuto nella cultura italiana e che solo in parte sostiene la pianificazione paesistica italiana tradizionalmente intesa; l’evidenziazione dei limiti scientisti connessi alla visione ecologica, contraddetta da alcuni promettenti percorsi di ricerca dell’ecologia del paesaggio; infine, l’individuazione dei nodi che occorre affrontare per fare del processo di pianificazione un effettivo confronto dialogico secondo una visione etica realmente laica.

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